EN/IT/SP/PORT/FR/ : DAY OF SOLIDARITY WITH IMPRISONED COMRADE LISA IN KOLN PRISON IN GERMANY

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Act for free receive on 9.12.17
21st of December we call to let the imagination flow and to express solidarity in its multiple forms. Once again we will show that our imprisoned comrades are not alone but present and on the streets with us.
They want to raise even higher walls, not only of concrete and iron, but also of loneliness and isolation. And these walls we want to break down, with love, affection, rage and solidarity for our comrade Lisa.
You can sand pictures and audiovisuals to solidaritatrebel@riseup.net
Having received a sentence does not imply that the imprisoned person is “only” at the mercy of the prison system. The political and judicial machine of the State continues to investigate, observe, analyse, and decide over the fate of the imprisoned. Especially when the prisoner has not fallen to her knees asking for mercy in front of the court, has not humiliated herself by some kind of gesture seen by the enemy as “reconciliation”, the ways in which the justice system can demonstrate that they are not through with her yet are numerous. The refusal to cooperate with the police is considered proof of guilt and can be used to maintain the investigation open for an indefinite period of time. The silence and dignity in the face of the executioners and their accusations is considered concealment of the crime, and can generate new investigations.
Furthermore, being socialised as a woman and not reproducing the assigned roles, in this case for example having a rebellious attitude or a non-submissive position towards the institution, generates multiple sentences which go beyond a conviction at a juridical level, since there is also the intervention of moral and social condemnations, inherent to the patriarchal framework, which ist framing prisoner to the circumstances of the imprisonment.
To continue expressing your political convictions and ideas from within the walls and not denying who you are is considered a lack of repentance and an argument for why a prison sentence does not suffice.
And when the legal arsenal is exhausted in a “reasonable” sentence, that is, sufficiently heavy to accommodate the accusation, but the ethic of the imprisoned person stays intact, the justice system does not hesitate to attack the relations with the outside world, the family ties, sentimental bonds and friendships. Besides the concrete, the iron bars, the artificial lights and security cameras which not only cut off life but also suffocate it, they add mountains of paper which need to be traversed in order to obtain simple human contact with the people close to you. Requests, permissions, authorisations, postponements, which put the will to not feel defeated to the test.
On the 7th of June Lisa, our anarchist comrade, was sentenced by the court of Aachen (Germany) to seven and a half years in prison for robbing a bank. At this moment we are awaiting the outcome of an appeal written by the lawyers which, if accepted, will involve a revision of the sentence and imply that the case will be brought to court again. Therefore our comrade is still held in preventive arrest in the prison of Cologne. Due to an illness which lasted various months, her mother died in the beginning of November. During this time, the prosecutor as well as the judge, alleging “flight risk”, have denied her the possibility to visit her mother in hospital and also the permission to be present at her funeral.
The enemy does not only use juridical argumentation, but employs many more insidious mechanisms. Like in so many other cases, when the thirst for revenge of the justice system is not satisfied with a simple – however large it may be – prison sentence, the enemy continues to be hawk-eyed, searching for every supposed weakness of the prisoner in order to submit her. It is clear that this is a purely vengeful means, an answer to the comrade’s firm and non-collaborationist attitude. An additional punishment, invented to aggravate the already tough sentence of confinement; yet another attempt to make her bow down, this time aiming at her private life and personal circumstances. A logic, nothing new, of judicial blackmail with the aim of undermining her coherence and political convictions.
They want to raise even higher walls, not only of concrete and iron, but also of loneliness and isolation. And these walls we want to break down, with love, affection, rage and solidarity for our comrade Lisa.
With hate for the enemy.
We do not forget. We do not forgive.
Some anarchist comrades
solidaritatrebel.noblogs.org

Italian:
Giornata di solidarietà con l’anarchica Lisa, detenuta nel carcere di Colonia in Germania (21/12/2017)
Al 21 dicembre, invitiamo a lasciar correre la fantasia ed esprimere la solidarietà nelle sue molteplici forme. Ancora una volta dimostreremo che i nostri compagni detenuti non sono soli, bensì presenti e con noi sulle strade.
Vogliono innalzare muri ancora più alti, non solo di cemento e ferro, ma anche di solitudine e isolamento. Ed è questi muri che vogliamo abbattere, con amore, affetto, rabbia e solidarietà con la nostra compagna Lisa.
Potete inviare immagini e audiovisivi a solidaritatrebel@riseup.net
Essere condannati non implica che la persona detenuta si trovi “solo” alla mercé del sistema carcerario. La macchina politica e giudiziaria dello Stato continua a indagare, osservare, analizzare e decidere sul destino del detenuto. Specialmente se il detenuto non si è inginocchiato invocando clemenza in aula, non si è umiliato con qualche tipo di gesto visto dai nemici come “riconciliazione”, i modi con i quali il sistema giudiziario può dimostrare che non ha finito di esaminare sono numerosi. Il rifiuto di collaborare con la polizia è considerato come prova di colpevolezza, e può essere utilizzata per mantenere l’indagine aperta per un periodo indefinito. Il silenzio e la dignità di fronte ai carnefici e le loro accuse sono considerati come occultamento di crimine, e può generare nuove indagini.
Inoltre, essere socializzata come donna senza riprodurre i ruoli assegnati, in questo caso ad esempio possedendo un’attitudine ribelle o una posizione di non sottomissione che va oltre una condanna a livello giudiziario, dato che è presente anche l’intervento di condanne morali e sociali, inerenti al contesto partriarcale, che inquadra il detenuto nelle circostanze della detenzione. Continuare ad esprimere le proprie convinzioni politiche e idee dall’interno delle mura, senza rinnegare la propria identità, è considerato mancanza di pentimento e un argomento per dimostrare che la condanna a carcere non è sufficiente.
E quando l’arsenale legale viene esaurito in una sentenza “ragionevole”, cioè sufficientemente pesante per soddisfare le accuse, ma l’etica del detenuto rimane intatta, il sistema giudiziario non esita ad attaccare i rapporti con il mondo esterno, i legami famigliari, i rapporti sentimentali e di amicizia. Oltre il cemento, le sbarre di ferro, la luce artificiale e la videosorveglianza, che non solo isolano la vita ma pure la soffocano, loro aggiungono montagne di carta che devono essere attraversate per ottenere un semplice contatto umano con le persone vicine. Richieste, permessi, autorizzazioni, rinvii, che mettono la volontà a non sentirsi sconfitta alla prova.
Il 7 giugno Lisa, la nostra compagna anarchica, è stata condannata dal tribunale di Aquisgrana (Germania) a sette anni e mezzo di carcere per rapina in banca. In questo momento stiamo aspettando l’esito di un appello fatto da avvocati, il quale, se accettato, comporterà una revisione di condanna e implicherà un nuovo processo. Per questo motivo la nostra compagna si trova ancora in custodia cautelare in carcere di Colonia. A causa di una malattia durata vari mesi, sua madre è morta all’inizio di novembre. Durante questo periodo sia il p.m. che il giudice, in base ad un presunto “rischio di fuga”, le hanno negato la possibilità di visitare la madre in ospedale, come anche il permesso di essere presente al funerale.
Il nemico non usa solo le argomentazioni giuridiche, ma impiega molti altri meccanismi insidiosi. Come in molti altri casi, quando la sete di vendetta del sistema giudiziario non viene soddisfatta con una semplice – per quanto pesante possa essere – pena detentiva, il nemico continua ad osservare, in cerca di ogni presunta debolezza del detenuto per piegarlo. E’ chiaro che si tratta di strumenti puramente vendicativi, di una risposta all’atteggiamento fermo e non collaborativo della compagna. Una punizione aggiuntiva inventata per aggravare la già pesante condanna di isolamento; un altro tentativo di farle chinare la testa, questa volta mirando alla sua vita privata e alle circostanze personali. Una logica, per nulla nuova, di ricatto giudiziario con l’obiettivo di minare la sua coerenza e le sue convinzioni politiche.
Vogliono innalzare muri ancora più alti, non solo di cemento e ferro, ma anche di solitudine e isolamento. Ed è questi muri che vogliamo abbattere, con amore, affetto, rabbia e solidarietà con la nostra compagna Lisa.
Con l’odio per il nemico.
Non dimentichiamo. Non perdoniamo.
Alcuni compagni anarchici
solidaritatrebel.noblogs.org

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anarhija.info

Spanich:
[21Diciembre]Día de acciones en solidaridad con nuestrxs compañerxs presxs
Posted on 2017/12/12 by Solidaritat Rebel
El día 21 de diciembre hacemos un llamado a dejar fluir la imaginación y
a expresar la solidaridad en sus múltiples formas. Mostraremos una vez
más que nuestrxs compañerxs presxs no están solxs, que continuan
presentes y así lo demostraremos en las calles.
Quieren elevar muros aún más altos no solo de hormigón y de acero, sinó
de soledad y aislamiento. Son estos muros que queremos derrumbar con
amor, cariño y rabia por nuestra compañera Lisa. Por todo esto y para
mostrar nuestra solidaridad con ella y con todxs nuestrxs compañerxs
presxs, convocamos:
CONCENTRACION EN LA EMBAJADA ALEMANA
EL DIA 21 DE DICIEMBRE A LAS 8.30H
Dirección: Torre Mapfre, Calle de la Marina 16 (Barcelona)
El hecho de haber recibido una condena no significa que la persona presa
esté “sólo” a merced de las instituciones penitenciarias. El aparato
policial y judicial del Estado siguen investigando, observando,
analizando y decidiendo sobre el destino de la condenada. Especialmente
cuando la presa no se ha arrodillado pidiendo clemencia durante el
juicio o no se ha auto-humillado en algún gesto de lo que el enemigo ve
como “reconciliación”, son incontables las maneras en que la justicia
sabe demostrar que las cuentas siguen abiertas. La negativa a colaborar
con los órganos policiales se considera como prueba de culpabilidad y
puede servir para mantener la investigación abierta hasta tiempo
indefinido. El silencio y la dignidad frente a los verdugos y sus
acusaciones se consideran encubrimiento del delito y pueden generar
nuevos expedientes.
Además, el hecho de ser socializada como mujer y no reproducir los roles
asignados, en este caso
por ejemplo, tener una actitud rebelde o una posición no sumisa ante la
institución, genera múltiples condenas que van más allá de una condena a
nivel jurídico, ya que también intervienen las condenas morales o
sociales, que vienen dadas por la estructura patriarcal y que marcan a
la persona las circunstancias del encierro.
El hecho de seguir desde el encierro expresando las propias convicciones
e ideas políticas y no negar quién es, lo consideran una falta de
arrepentimiento y un argumento de que la pena de cárcel no es
suficiente.
Y cuando el arsenal jurídico se agota en una condena “razonable”, es
decir, suficientemente larga para complacer la acusación, pero la ética
de la persona presa sigue intacta, la justicia no vacila en atacar los
lazos familiares, sentimentales y de amistad con el mundo exterior.
Además del hormigón, los barrotes, las luces artificiales y cámaras de
vigilancia que más allá de truncar la vida la asfixian, se añaden
montañas de papel que hay que cruzar para obtener el simple contacto
humano con la gente cercana. Solicitudes, permisos, autorizaciones,
prórrogas, que ponen a prueba la voluntad de no sentirse vencida.
El pasado 7 de junio, Lisa, nuestra compañera anarquista, fue condenada
por el tribunal de Aachen (Alemania) a 7 años y medio de prisión por
atracar un banco. Actualmente, estamos a la espera de conocer el
resultado del escrito presentado por los abogados que, en caso de
aceptarse, supondría la revisión de la sentencia y que el juicio se
celebrara de nuevo. Por lo tanto, la compañera se encuentra todavía en
régimen preventivo en la prisión de Köln. A principios de noviembre su
madre murió, debido a una enfermedad que ha durado varios meses. En este
tiempo, tanto la fiscalía como el juez le han negado la posibilidad de
ir a visitarla al hospital, alegando “riesgo de fuga” y también el
permiso para acudir a su entierro.
Más allá de la argumentación jurídica del enemigo, sus mecanismos
funcionan de manera insidiosa. Como en tantos otros casos, donde la sed
de venganza de la justicia no se ve calmada con una simple, por larga
que sea, condena de prisión, el enemigo sigue atento a cada supuesta
debilidad de la presa para someterla. Está claro que se trata de una
medida puramente vengativa como respuesta a la postura firme y no
colaboracionista de la compañera. Un castigo adicional pensado para
agravar la ya dura condena de encierro, un intento más de doblegarla,
esta vez apuntando hacia su vida privada y ámbito personal. Una lógica,
nada nueva, de chantaje judicial con el objetivo de socavar su
coherencia y sus convicciones políticas.
Quieren elevar muros aún más altos, no sólo de hormigón y de acero, sino
de soledad e aislamiento.
Son estos muros que queremos derrumbar, con amor, cariño, rabia y
solidaridad por nuestra compañera Lisa.
Con odio al enemigo.
No olvidamos. No perdonamos.
Algunas compañeras anarquistas

Português :
Alemanha – Dia de solidariedade com a companheira presa Lisa
Em 21 de dezembro, chamamos para deixar fluir a imaginação e para expressar a solidariedade em suas múltiplas  formas. Mais uma vez, mostraremos que nossxs companheirxs presxs não estão sozinhxs, mas estão presentes e nas ruas com a gente.
Eles querem criar paredes ainda maiores, não só de concreto e ferro, mas também de solidão e isolamento. E essas paredes que queremos quebrar, com amor, carinho, raiva e solidariedade pela nossa companheira Lisa.
Você pode enviar fotos, desenhos, áudios e vídeos para solidaritatrebel@riseup.net
Receber uma sentença não implica que a pessoa encarcerada esteja “apenas” à mercê do sistema prisional. A máquina política e judicial do Estado continua a investigar, observar, analisar e decidir sobre o destino dxs presxs. Especialmente quando x presx ficou de joelhos pedindo piedade na frente do tribunal, não se humilhou com algum tipo de gesto visto pelo inimigo como “reconciliação”, as maneiras pelas quais o sistema de justiça pode demonstrar que não acabaram com ela ainda são inúmeras. A recusa de cooperação com a polícia é considerada prova de culpa e pode ser usada para manter a investigação aberta por tempo indeterminado. O silêncio e a dignidade diante dos carrascos e suas acusações são considerados ocultação do crime e podem gerar novas investigações.
Além disso, ser socializado como mulher e não reproduzir os papéis atribuídos, neste caso, por exemplo, ter uma atitude rebelde ou uma posição não submissa em relação à instituição, gera múltiplas sentenças que vão além de uma convicção a nível jurídico, uma vez que também existe a intervenção das condenações morais e sociais, inerente ao quadro patriarcal, que está enquadrando o prisioneiro nas circunstâncias da prisão.
Continuar a expressar suas convicções e ideias políticas dentro dos muros e não negar quem você é é considerado uma falta de arrependimento e um argumento para o porquê uma sentença de prisão não é suficiente.
E quando o arsenal legal está esgotado em uma sentença “razoável”, isto é, suficientemente pesada para acomodar a acusação, mas a ética da pessoa encarcerada permanece intacta, o sistema de justiça não hesita em atacar as relações com o mundo exterior, os laços familiares, vínculos sentimentais e amizades. Além do concreto, das barras de ferro, das luzes artificiais e das câmeras de segurança que não só eliminam a vida, mas também sufocam-na, elas adicionam montanhas de papel que devem ser percorridas para obter um contato humano simples com as pessoas próximas a você. Solicitações, permissões, autorizações, adiamentos, que colocam a vontade de não se sentir derrotada no teste.
No dia 7 de junho, Lisa, nossa companheira anarquista, foi condenada pelo tribunal de Aachen (Alemanha) a sete anos e meio de prisão por roubar um banco. Neste momento, estamos aguardando o resultado de um recurso escrito pelxs advogadxs que, se aceito, envolverá uma revisão da sentença e implicará que o caso será levado ao tribunal novamente. Portanto, nossa companheira ainda é mantida em prisão preventiva na prisão de Colônia. Devido a uma doença que durou vários meses, sua mãe morreu no início de novembro. Durante esse período, o promotor e o juiz, alegando “risco de voo”, negaram-lhe a possibilidade de visitar sua mãe no hospital e também a permissão para estar presente em seu funeral.
O inimigo não usa apenas a argumentação jurídica, mas emprega muitos mecanismos mais insidiosos. Como em tantos outros casos, quando a sede de vingança do sistema de justiça não está satisfeita com uma sentença de prisão simples, por mais grande que seja, é a pena de prisão, o inimigo continua a ser de olhos de gavião, procurando por cada suposta fraqueza dx presx em ordem de enviá-lx. É claro que este é um meio puramente vingativo, uma resposta à atitude firme e não colaboracionista da companheira. Uma punição adicional, inventada para agravar a já duradoura sentença de confinamento; mais uma tentativa de fazê-la curvar-se, desta vez visando sua vida privada e circunstâncias pessoais. Uma lógica, nada de novo, de chantagem judicial com o objetivo de minar sua coerência e convicções políticas.
Eles querem criar paredes ainda maiores, não só de concreto e ferro, mas também de solidão e isolamento. E essas paredes que queremos quebrar, com amor, carinho, raiva e solidariedade para nossa camarada Lisa.
Com o ódio pelo inimigo.
Nós não esquecemos. Nós não perdoamos.
Algumxs companheirxs anarquistas.
solidaritatrebel.noblogs.org
via: turbanegra.blackblogs

French:
Journée de solidarité avec la compagnonne Lisa, emprisonnée dans la prison de Cologne, en Allemagne
Act for Freedom Now / samedi 9 décembre 2017
Le fait d’avoir été condamnée ne signifie pas que la personne emprisonnée est « seulement » à la merci du système pénitentiaire. La machine politique et judiciaire de l’État continue à enquêter, observer, analyser et décider du destin de la prisonnière. Notamment quand la prisonnière ne s’est pas mise à genoux devant le tribunal en demandant grâce, ne s’est pas humiliée par un quelconque geste qui puisse être vu par l’ennemi comme une « réconciliation », les manières employées par le système judiciaire pour démontrer qu’il n’en a pas encore fini avec elle sont nombreuses. Le refus de collaborer avec la police est considéré comme une preuve de culpabilité et peut être utilisé pour garder l’enquête ouverte pour un temps indéfini. Le silence et la dignité face aux bourreaux et leur accusations sont considérés comme une dissimulation du crime et peuvent amener à de nouvelles enquêtes.
En outre, le fait d’être socialisé comme femme, mais ne pas reproduire les rôles assignés, dans ce cas par exemple avoir une attitude rebelle ou une position insoumise vis-à-vis des institutions, génère de multiples contraintes qui vont au-delà d’une condamnation en justice, puisque surviennent aussi des condamnations morales et sociales, inhérentes à la structure patriarcale qui encadre la prisonnière dans la situation de l’emprisonnement. Continuer à exprimer ses convictions politiques et ses idées de l’intérieur des murs et ne pas nier son individualité est considéré comme une absence de repentir et un argument qui prouve qu’une sentence de prison ne suffit pas.
Et quand l’arsenal légal est épuisé avec une condamnation « raisonnable », c’est-à-dire suffisamment lourde pour satisfaire parquet et parties civiles, mais que l’éthique de la personne emprisonnée reste intacte, le système judiciaire n’hésite pas à s’en prendre à ses relations extérieures, les liens familiaux, les liens sentimentaux et d’amitié. En plus du béton, des barreaux de fer, des lumières artificielles et des caméras de sécurité qui ne se limitent pas à couper la vie avec l’extérieur, mais l’étouffent aussi, ils ajoutent des montagnes de papier auxquelles il faut venir à bout pour obtenir un simple contact humain avec ses proches. Demandes, permissions, autorisation, renvois qui mettent à l’épreuve la volonté de ne pas se sentir vaincue.
Le 7 juin, Lisa, notre compagnonne anarchiste, a été condamnée par le tribunal de Aachen (Aix-la-Chapelle, en Allemagne) à 7 ans et demi de prison pour le braquage d’une banque. En ce moment, nous sommes dans l’attente du résultat d’une demande en appel faite par l’avocat, qui, si elle est acceptée, portera à une révision de la sentence et implique que l’affaire sera jugé à nouveau. Par conséquent, notre compagnonne est encore maintenue en détention préventive dans la prison de Cologne. Suite à une maladie qui a duré plusieurs mois, sa mère est morte au début du mois de novembre. Pendant cette période, le procureur, tout comme le juge, lui ont nié la possibilité de rendre visite à sa mère à l’hôpital ainsi que la permission d’aller à l’enterrement, à cause d’un prétendu « risque de fuite ».
L’ennemi n’utilise pas seulement des arguments judiciaires, mais il emploie de nombreux mécanismes plus insidieux. Comme dans de si nombreux cas, lorsque la soif de vengeance du système judiciaire n’est pas satisfaite par une simple condamnation à de la prison ferme – peu importe la durée que celle-ci peut atteindre – l’ennemi continue à rester aux aguets, à la recherche de toute faiblesse supposée de la prisonnière, afin de la soumettre. Ceci est clairement un pur moyen de vengeance, une réponse à l’attitude ferme et non-collaborative de la compagnonne. Une punition additionnelle, inventée pour aggraver la sentence d’isolement, déjà dure ; encore une autre tentative de la faire plier, cette fois-ci visant sa vie privée et sa situation personnelle. Rien de nouveau :c’est la logique du chantage judiciaire qui vise à saper sa cohérence et ses convictions politiques.
Ils veulent même élever des murs encore plus hauts, faits non seulement de fer et béton, mais aussi de solitude et d’isolement. Et ce sont ces murs que nous voulons faire tomber, avec l’amour, l’affection, la rage et la solidarité avec notre compagnonne Lisa.
Avec haine pour l’ennemi.
Nous n’oublions pas. Nous ne pardonnons pas.
Quelques compagnon.ne.s anarchistes

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Pour lui écrire :
Lisa
nº 2893/16/7
Justizvollzuganstanlt (JVA) Köln
Rochusstrasse 350
50827 Köln (Allemagne)

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